Pensieri settembrini glocalizzati

Fred Ramos, El Salvador
A Honduran child plays near train tracks in Arriaga, Chiapas, in southern Mexico, October 2018

Leggevo da qualche parte che «settembre è il lunedì dell’anno», mia madre fa eco dicendo che «è il vero capodanno», nel senso meno celebrativo del termine. Personalmente, in questa settimana più cose rientrano tra le due definizioni appena citate: è cominciata la quarta stagione di This Is Pop? e la radio… è sempre la radio, per fortuna. Soprattutto quando c’è un seguito attento ed esigente. Sabato, invece, toccherà alla presentazione di Patriots e anche lì sarà un piacere scambiare opinioni sui temi trattati dal libro. E poi c’è la musica, con le scoperte che – ringraziando il cielo – non mancano mai.

Loro sono i Do Nothing da Nottingham e hanno pubblicato fin qui tre singoli, culminati con Gangs, dove i Fall spintonano gli Lcd Sounsystem per guadagnarsi un posto sul dancefloor. Tocca tenerli d’occhio. Funziona sempre così; ascolti tonnellate di musica, un po’ perché è quello che fai da anni, un po’ perché ne devi scrivere e parlarne in radio. A un certo punto, quando meno te l’aspetti, spunta una canzone che sin dai primi secondi ti fa alzare la testa e poi aprire meglio gli occhi, come se dovessi vedere oltre la nebbia. Non te ne frega niente di chi sia l’autore, l’età, la provenienza; quello che succede è che ci caschi e, per fortuna, con l’arte è così.

Gente (compreso il sottoscritto) che ci casca al Louvre, nel 2013

Chiudo con la bellissima riflessione di Stefano Solventi, fresco vincitore della Targa Mei Newsletter come miglio blog personale, sulla scrittura e su come la piattaforma del sito personale sia più calda e, paradossalmente, sociale dei social network. Sono doppiamente contento di questo riconoscimento, perché Stefano è stato per molto tempo un modello di standard qualitativo di scrittura da (in)seguire e, successivamente, un collega al Mucchio Selvaggio e a Sentireascoltare. Spero di aver rubato, nel senso wildiano del termine, il più possibile da una persona umile e disponibile (le sue pre e postfazioni dei miei tre libri ne sono una piccolissima testimonianza).

Sergio Carlacchiani interpreta Il difetto maggiore degli italiani di Ennio Flaiano

Infine, in questi giorni seguo, come mio solito, la politica italiana e internazionale. Due sono gli eventi più caldi: la nascita del nuovo governo italiano e la ben più drammatica discussione a oltranza nel parlamento inglese in merito a Brexit ed eventuali elezioni anticipate. Seguire la politica significa ascoltare tante dichiarazioni, pochissime incisive. Sarà per questo motivo che stamattina mi sono tornate in mente le parole di Ennio Flaiano, un credo su cui riporre la nostra fede a mo’ di dogma. Solo così potremmo voltare le spalle a un imbarbarimento e impoverimento verbale e interpersonale:

Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso dello scrivere

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