Buio a Praga

Durante il pigro zapping vacanziero di questi giorni mi sono imbattuto in un monologo del filosofo Massimo Recalcati. Si parlava di Freud e, in particolare, di un aneddoto che ha per protagonista la nipotina dal padre della psicanalisi. La bambina soffriva di disturbi del sonno e per questo motivo chiedeva alla madre di rimanere con lei durante la notte. Una sera la mamma, esausta, fa per andarsene, invitando la piccola a dormire e spiegando che è ora di spegnere la luce. La bambina a quel punto risponde che la luce poteva anche essere spenta, ma chiede alla madre di continuare a parlare, perché “la parola è luce”.

Questo concetto della parola al buio mi si è incastrato tra i pensieri. Sembrerebbe di affondare nel banale, ma proviamo a fermarci una attimo. Pensiamo al buio, alla sensazione di galleggiare fisicamente sul silenzio, a quella di sentirsi completamente vulnerabili. E poi immaginiamo il riflesso di una parola che penetra nel buio, lo “illumina”. Scrivere e fare radio significa consacrarsi a questa sensazione e nel periodo storico frenetico (le chat?), superficiale (le fake news?) e ossessionato dalle immagini (Instagram?) che stiamo vivendo, la luce della parola è ancora più forte.

Quando Slavoj Žižek scompone il vivere contemporaneo attraverso Lacan non può esimersi dal citare il “muro del linguaggio”, una rete “attraverso la quale ci rapportiamo alla realtà”. Ecco; la parola è l’intreccio della rete, la base di questo muro. Umberto Eco ne Il cimitero di Praga scrive che “non si cambia il mondo con le idee”, perché si cambia con le parole.

Scrivo tutto questo perché svalutiamo costantemente le parole. Una di queste operazioni mi sembra piuttosto meschina e coincide con una sorta di moda lessicale, molto in voga sui social, di lamentarsi della vita e asserire di essere depressi. Trovo che sia un modo superficiale di banalizzare una cosa seria e sottovalutata. Per non parlare, poi, di quante parole sono maltrattate nei post o in Tv: fuori contesto, (s)caricate del loro potenziale, usate irrimediabilmente a sproposito. Che peccato. Lo dico perché in questi ultimi giorni sto recuperando un bel po’ di long form – la trasposizione digitale dei buoni vecchi articoli di fondo della carta stampata – e sto riscoprendo l’emozione di seguire un ragionamento, muoversi in equilibrio tra i parallelismi, prendersi il tempo necessario per leggere un testo che vada oltre la decina di parole.

Forse gran parte di queste considerazioni scaturisce dall’inestirpabile necessità di fare un bilancio di fine anno, oppure dal primo anno di vita di questo blog. Avrà certamente contribuito alla causa un articolo del Guardian uscito qualche giorno fa nel quale si parlava di uno stereotipo tutto italiano: quello del nostro tono di voce piuttosto alto quando parliamo, tanto da spingere il Frecciarossa a inaugurare delle carrozze silenziose. Nel corso dell’articolo si parla anche di motivazioni linguistiche, e a un certo punto si fa riferimento alla “quantità di informazioni espresse per sillaba”, che per la cronaca è più densa in inglese e meno in italiano.

Quest’ultima osservazione ha messo in moto un processo proustiano che si è spinto fino al periodo universitario, quando avevo familiarizzato con il concetto di “scarto”, che in traduzione sarebbe, in breve, la quantità di materiale comunicativo che non passa da una lingua all’altra per ragioni di cultura o contesto. Sono poi ritornato al presente, alle parole, e ho pensato all scarto comunicativo che fomentiamo abusando di vocaboli o, al contrario, riducendone significativamente l’uso.

Infine, mi sono accorto che in ogni classifica di fine anno per Sentireascoltare mi prodigo senza parsimonia per stimolare la curiosità dei lettori, invitandoli a cercare, informarsi e condividere arte o qualsiasi altra sfera d’interesse. Probabilmente è questa la vera natura del mio essere nostalgico del passato: quella consapevolezza che condividere non significa pubblicare un contenuto per i like, ma trasportare informazioni ed emozioni. In fondo, è così che il mondo cambia, è in questo modo che le parole illuminano il buio.

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