Every time you close your eyes (15 anni di Funeral)

Non li ho solo intervistati per Il Mucchio Selvaggio e visti live, sugli Arcade Fire ho scritto un monografico online, un focus su di un disco e persino il mio primo libro. Ecco perché oggi mi sento in dovere di festeggiare i quindici anni di Funeral suonando il vinile di un album che ancora oggi mantiene intatta tutta la sua forza.

Dalla musica ai testi, l’esordio dell’ensemble è un unicum nel panorama degli anni Zero: il primo passo verso la consacrazione del Grammy e il definitivo passaggio allo starsystem delle major con l’ultimo (deludente) Everything Now. Ecco come li presento su Sentireascoltare, per cui ho curato una monografia:

La storia degli Arcade Fire non si esaurirà in quegli «strani giorni», così come l’esperienza collettiva condivisa dal gruppo si estenderà a pancia, nervi, cuore e cervello, arrivando a toccare i temi cardine dell’umanità attraverso il vissuto personale e le radici dei suoi singoli protagonisti. La mitologia quotidiana di Win Butler e co. va ricondotta a questa genuina autoreferenzialità riscontrabile già dai titoli degli album e in alcune, emblematiche, canzoni i cui luoghi come il vicinato o i sobborghi vanno a formare una mappa dai contorni sfumati, in grado di abbracciare il quotidiano per sublimarlo. «La funzione della musica», direbbe Oscar Wilde, «è creare, partendo dalla materia bruta dell’esistenza reale, un mondo nuovo che sarà più meraviglioso, più duraturo e più vero di quello che vedono gli occhi della folla». L’idea degli Arcade Fire sembra mettersi in scia a queste parole e punta ad inventare un umanesimo potenziato e stroboscopico, mettendolo al servizio di un art pop mai elitario o saccente, come una sorta di processo intertestuale che Julia Kristeva farebbe rientrare nelle sue «alter-giunzioni discorsive», un superamento dell’alterità radicale che tiene separati il reale dalla finzione grazie ad un minuzioso processo inter-testuale.
Il mio primo contatto con gli Arcade Fire: il video di Power Out sulla benamata Mtv Brand:New

Più nello specifico, su Rumore sviscero con parsimonia qualche pensiero legato proprio a Funeral. Ecco un estratto del focus sul disco:

Il collettivo canadese si presenta al mondo come un fascio di nervi che in studio, nonostante una produzione indie al limite della claustrofobia ben lontana dall’ariosità dei successivi dischi, sa intrecciare un suono sinfonico e corale con testi taglienti ed emotivi, mentre sul palco non risparmia nemmeno una goccia di sudore. Una miscela micidiale che conquista immediatamente padri putativi come David Byrne e David Bowie e, allo stesso tempo, convince l’influente Pitchfork, un acceleratore notevole per l’ascesa del gruppo. Funeral inizia e finisce immergendo l’ascoltatore nel suo suono barocco, un viatico che conduce ai temi principali del disco: “L’infanzia, la morte e la perdita, il passato”. Elementi, questi, che compaiono anche nell’efficace artwork del disco, curato da Tracy Maurice, in cui si può anche individuare “qualche immagine di riferimento dalla band, soprattutto vecchi certificati di nascita e morte”.

Due anni fa, poi, ho reso omaggio alla band cercando di dare indietro tutte le emozioni ricevute, compensando idealmente il gap con un libro pubblicato da Arcana. Forse l’analisi di questo gruppo è arrivata persino tardi per quanto gli Arcade Fire abbiano impattato indie e non solo, a partire proprio da Funeral. Per evitare ridondanze, lascio il lettore in buone mani, cioè al finale della prefazione di Stefano Solventi, che scrive:

Per tutto ciò, e considerato che stiamo parlando di una band nel pieno della propria maturità espressiva (mentre scrivo si susseguono i rumors sul nuovo, imminente album), un libro come questo, che finalmente tratta il loro repertorio con sguardo acuto e ampio, disposto a inseguire gli intrecci, le contaminazioni, le ripercussioni e diramazioni multimediali, che insomma li collochi nella posizione che meritano in un frangente storico orfano di voci rock autorevoli, era auspicabile, anzi necessario. Per gli Arcade Fire, per il rock e per chi (ancora) ama il rock. Buona lettura.

Infine, sarebbe opportuno lasciare la parola proprio agli Arcade Fire, che ho avuto l’onore di vedere live nel fantastico tour di Reflektor e di intervistarli nell’estate di due anni fa.

Riporto una passaggio dello scambio di battute, ma, soprattutto, invito all’ascolto della loro musica. Perché, come mi piace ricordare sempre, è bello parlare e analizzare la musica, ma alla fine bisogna andare incontro al suono ed è lì che le chiacchiere non contano più niente, c’è solo l’emozione. Come quel brivido che, a distanza di quindi anni, mi riserva ancora il «With the lights out!» a tre minuti e trentadue secondi di Neighborhood #3 (Power Out). Buon ascolto e tanti auguri, Funeral!

Infatti questa volta avete esagerato, avete tirato in ballo addirittura l’idea di infinito: la tracklist inizia e termina quasi con lo stesso brano e nel mezzo ci sono due versioni della stessa canzone, ovviamente Infinite Content…

È tutto così. Cioè, io sto al telefono e da lì ascolto musica, leggo le notizie: ho accesso a un’infinità di input e questa disponibilità è sia immediata, come le breaking news, sia spalmata nel tempo, come le canzoni degli anni 50. Potrebbe andare avanti all’infinito! In questo
flusso al quale siamo esposti bisogna trattenere le cose positive e lasciare andare quelle negative.

Ma quindi Everything Now tenta di gettare un po’ di speranza, di luce sulla reflektive age nella quale viviamo?

Sì! Ora che mi ci fai pensare, siamo sempre in equilibrio tra l’idea di un’apocalisse imminente e quella di un’utopia reale. Ti ringrazio!

Prego, ma come ti poni rispetto a questo equilibrio?

Oh, sotto sotto sono ottimista. Penso che Everything Now cerchi di toccare le cose belle e brutte del periodo in cui viviamo. Sta a noi decidere da che parte stare.

Primavera anticipata

Credit Micah Lidberg
Credit Micah Lidberg

Sempre pensato che la primavera arrivasse il 21 marzo, invece, almeno quest’anno, la nuova stagione sboccia alle nove di sera del giorno prima. Poco importa, il colpo di coda dell’inverno continua ad allontanare ancora per un po’ il cambio di trimestre. In queste ultime settimane, però, di novità ce ne sono state: a This Is Pop? abbiamo suonato la solita carrellata di brani freschi e riscoperte scambiando quattro chiacchiere con nuove leve di talento come Fadi e Kharys.

Personalmente, ho scritto su Sentireascoltare il live report del concerto di Dimartino al Tau dell’Unical, che consiglio in maniera appassionata. È uscito anche il numero di marzo di Rumore, di cui avevo già anticipato qualcosa nello scorso articolo. Sul fronte dischi consigliati non posso che dirmi felice degli album di Coma Cose, Tersø, Apparat e del nuovo singolo dei Tame Impala, uscito proprio oggi.

Non a caso s’intitola Patience, ce ne vorrà un po’ per leggere il mio nuovo libro. Uscirà in autunno per Arcana, s’intitola Patriots, la musica italiana da Berlusconi al sovranismo ed è strettamente legato allo scorso Politics. Il mio terzo lavoro nasce dalla domanda più frequente che mi è stata posta durante le presentazioni e in molte altre occasioni: «E in Italia?». Così, mi sono messo l’anima in pace e vediamo come andrà. Non a caso, ci sarà tutta la primavera per terminarlo.